Malick e Tangeri andata e ritorno

Mi ricordo il traghetto pulito e la mia faccia e la leggera ansia per il fatto che si stava realizzando qualcosa che aspettavo da mesi e avevo sognato nei minimi dettagli, in maniera tanto perfetta che l’unica cosa che poteva succedere era che non coincidesse tutto alla perfezione e io ci potessi rimanere male. Arrivare in Africa con la nave. Da Malaga oltretutto, anzi da Algeciras, ma dopo aver visitato Malaga che è una città squadrata e piena di fascino e che in un suo punto particolare, sotto le mura dell’Alcazaba, verso le 19, per via delle tonalità rosso fuoco che prende, da’ l’impressione che si incendi. Era il 25 settembre comunque e stavo per arrivare a Tangeri seguendo la strada che avevo scelto, che non era decisamente la più comoda visto che decidemmo di passare per mare. Mi ricordo un uomo sul ponte a cui tremava la mano e guardava l’Africa avvicinarsi come me, ma con tutta un’altra storia, anche se poi il traghetto era lo stesso, cosa che mi fece riflettere.

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Ma prima che succedesse tutto questo, cioè prima che vedessi l’uomo e l’ombra dell’Africa che peraltro mi mandò in confusione, feci una foto, ai seggiolini rossi del traghetto, apparentemente insignificante per quanto riguarda il soggetto, ma tanto espressiva che secondo me, senza esagerare, aveva qualcosa di Terence Malick, anche se non so spiegare cosa, come se i grandi registi avessero il copyright su certe immagini o certi tipi di luce.

Comunque finalmente entrammo in porto, e vedemmo sfilare la città immensa che non finiva mai dal ponte della nave facendo filmati e sgomitando assieme agli altri passeggeri, come in un film. E stemmo in città diversi giorni, girando per il Festival del jazz, e godendocelo, soprattutto nella splendida location del Palazzo delle Istituzioni italiane che superò qualunque aspettativa più rosea. E gli spettacoli furono davvero meravigliosi. Ma purtroppo constatammo rapidamente che Tangeri non era come ce l’eravamo immaginata, cioè non aveva niente di quell’aspetto europeo e tranquillo e di quell’Africa sognante e leggermente più edulcorata che ci aspettavamo, perché è sporca, e pesante, come tutte le città di mare, ma anche immensa e sproporzionata rispetto ai suoi abitanti, come se tutte le città africane in realtà fossero delle voragini. I lunghi viali pieni di lampioni sono stupendi è vero, ed anche è abbagliante il primo colpo d’occhio, e c’è tutta l’incredibile suggestione del Cafè de Paris, ma la città è troppo grossa per chiunque, e fa’ paura, per cui è praticamente impossibile sentirsi a casa laggiù. E infatti, quando tornai indietro dal Marocco, questa volta, dopo Tangeri e tutto il resto, compresa quell’incredibile avventura sulle montagne del Rif,  e la fuga improvvisa e inspiegabile  che mi venne dal cuore di fare, fui felice di essere di nuovo in Spagna. Fui davvero felice, perché non ce la facevo più. E sul lungomare di Algeciras, finalmente tranquillo, meditai, sulla paura che mi aveva preso così  all’improvviso, come uno che ti prende da dietro e da cui non riesci a divincolarti, e su quel posto nascosto fra le montagne in cui mi trovai, improvvisamente solo, troppo solo, quasi nudo, quel posto così difficile da raggiungere, ma anche da abbandonare, che chissà perché lo associai a un mio luogo interiore e a qualche paura, e con le gambe incrociate, guardando il mare e il porto mercantile di Algeciras, mi rilassai.

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Poi, dimenticavo, affittai anche una camera a caso ad Algeciras, che è un postaccio di mare ma in cui mi sembrò di essere felice e sotto l’alberghetto c’era pieno di prostitute, ma pieno zeppo, che stavano tutte in una stanza a guardare la televisione. E prima di tornare all’alberghetto, l’ultima sera, vidi una chiesa moresca in quella che ad occhio e croce dovrebbe essere la piazza principale della città, che chissà perché mi sembrava una donna, e infatti pensai  che lo stesso tipo di influenza arabeggiante si sarebbe potuta osservare anche sugli abitanti di Algeciras, in particolare sulle ragazze, così belle, in quel posto, secondo me, perché posizionate alla distanza giusta dall’Africa.