La piazza

Gli ultimissimi giorni di Settembre mi ritrovai in una piazzetta di un paese di cui non posso fare il nome, ma che poco dopo scoprii che alla sua costruzione contribuì anche Joan Mirò, disegnando un’altra piazza nella parte più bassa del paese, che peraltro non trovai, cosa peraltro che li per lì mi sembrò incredibile e pensai che non poteva essere lui, cioè mi sembrò incredibile che un artista borghese e riconosciuto come lui fosse andato a perdersi, come me, in un posto così incredibile, e soprattutto mi domandai perché lo fece, non certo per soldi, pensai, perché tra l’altro la piazza la disegnò a un’età in cui era già affermato. Fatto sta che mi trovai a parlare con dei ragazzi seduto a un tavolino di quella piazza di cose veramente nuove, di vita vera, di viaggi che non sembravano nemmeno viaggi da quant’erano intensi, ma la cosa più incredibile fu che a me, mentre loro raccontavano di essere stati in zone di guerra e di aver vissuto esperienze al limite a diretto contatto con la popolazione locale, tipo per esempio passare intere settimane con famiglie nelle campagne per la raccolta delle olive, a me non veniva niente da dire. Mi sentii povero.

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E con le spalle rivolte alla piazzetta li guardavo leggermente ingobbito e stanchissimo, e pensai che forse il vero motivo per cui ero lì, che quando me lo chiesero non riuscii nemmeno a spiegarglielo, era semplicemente che ero andato lì a stancarmi un po’. Dopodiché aggiunsero, forse anche perché mi videro la gobba e quindi infierendo, che il capo famiglia che li ospitava nelle campagne tutti gli anni, che praticamente non possedeva niente, teneva la loro immaginetta sul camino, tanto intenso il rapporto che si era creato con loro, e aggiunsero che, sul camino, teneva soltanto le foto dei figli e della moglie, oltre la foto loro, come per sottolineare ulteriormente l’intensità che si era creata. Non avevo niente da dire io invece. A parte quando una volta ero stato inseguito da due ragazzi nella medina di Fez che mi volevano derubare,  perché ero mi ero attardato troppo di sera, per cui scappai con loro dietro che mi gridavano Siamo i padroni della Ville! Solo che lì al tavolino la tirai fuori subito questa storia, come tirando l’ultima carta, la migliore, per far capire che ero all’altezza della conversazione, tanto che infatti mi ascoltarono, come dire, sta a vedere che abbiamo beccato uno dei nostri. Ed effettivamente a raccontarla sembravo Hemingway.

Solo che poi essendomi giocato subito l’unica storia buona, il tutto finii lì, perché il resto che avevo da raccontare sul Marocco erano tutte storie normali da turista che fa’ cose normali e che va’ a dormire in alberghi normali, quasi sempre due o tre stelle. Anche quattro. Cosa che ovviamente a loro non avrei mai detto, nemmeno sotto tortura. Hotel quattro stelle, pensai, se lo sapessero… E taxi, a go-go… se mi avessero letto in faccia quanti taxi avevo preso, che chiamavo con la mano aperta sbracciandomi, soprattutto a Marrakech, sentendomi come in un film, perché lì non costano niente.