Sposarsi a Chefchauen

Chefchauen è un posto incredibile e già arrivarci è incredibile, perché c’è una strada fra le montagne che fa’ un po’ paura, soprattutto all’inizio, quando ci si addentra, e il paesaggio diventa più scuro e vengono i brividi, e pensi che se buchi una gomma non c’è speranza. Poi subito, quando arrivi, la prima cosa che pensi è che pensavi meglio, che forse l’hai aspettata troppo questa perla fra le montagne come la chiamano loro, ed è per questo che sei rimasto deluso, e che devi smettere di caricare sempre tutto così tanto, perché altrimenti è tutto un’inculata. Sempre.

Ma poi le cose cambiano. E non saprei dire il momento esatto in cui cambiano, ma cambiano. Devi entrarci. E starci. E’ come quando ti addormenti, e lì per lì non ti accorgi del momento esatto in cui succede ma quando succede le cose si modificano dentro di te, e ti ritrovi in un altro mondo. Chefchauen è così, uno stato d’animo diverso, che non conoscevi. Oltre ad essere un labirinto di vicoli, magnifico, di una bellezza che ti prende, ti ingloba, e una volta entrato dentro si espande. Ma questo stato d’animo sognante e particolarmente ricettivo da parte mia era già stata propiziato dalla visione che avevo avuto a Malaga la settimana prima e che riguardava un vestito di quelli che si mettono le vedove, con una gonna stracciata in fondo senza bordo, come qualcosa di molto elegante, ma anche di molto passionale, e quindi di molto spagnolo, come qualcosa che si trascina. Ma andiamo con ordine.

Appena entrato a Chefchauen, dopo tre giorni di viaggio, quasi barcollavo da quant’ero stanco, e avevo in mente una frase come quelle cose che ti vengono in mente in sogno, anche se non dormivo, cioè che Essaouira è il posto dove forgiano gli anelli e Chefchauen è il posto dove li consegnano, e lo pensavo da stanchissimo, e da solo, da almeno tre giorni che non riposavo sul serio, tanto che non mi ero nemmeno accorto che barcollavo, e pensavo all’ingresso di Essaouira, e alle decorazioni sul portale, a quell’unico grande ingresso sotto le mura, a cui si arriva dalla spiaggia immensa, con quell’arco decorato che se lo guardi attentamente sembra un anello, e lo pensavo fra i vicoli, finché non arrivai in una piazzetta dove incontrai delle persone che mi fecero perdere il filo del discorso, in una piazzetta azzurra come il resto del paese, e nella quale mi persi. Ma soprattutto parlando con quei ragazzi dall’aspetto borghese che parlavano arabo ma che non erano arabi, e che sotto sotto erano dei furbi, e che peraltro non parlavano al cuore, persi l’anello, quello che metaforicamente portavo al dito, o me lo rubarono, ora che ci penso, perché metaforicamente portavo un anello al dito da quando, già da molti mesi prima, mi ero immaginato quanto dovesse essere romantico sposarsi lì a Chefchauen, anche solo dirlo, sposarsi a Chefchauen. E il solo pensare di andarci mi faceva salire un senso di dolcezza. Probabilmente perché la città si trova in alta quota, nascosta fra le montagne, e mi immaginavo che per stare bene lì ci si dovesse mettere il maglione, almeno la sera, e quindi stringercisi dentro, con le braccia conserte, oltre al fatto che questo gesto dello stringersi l’avevo sempre associato alla dolcezza, probabilmente perché tutto sommato ricorda un abbraccio. Così appena entrato nel paese, come un vero viandante, sentii la dolcezza venire su come un bollore proprio perché pensavo allo sposarsi nel senso di una comunione, legarsi l’uno all’altra. Sentirsi. Per questo ci rimasi tanto male quando mi dissi che non saresti venuta, ma mica perché volevo sposarti, ma perché avrei voluto condividere con te una sensazione, impalpabile, come tutto il resto del paese, una sensazione che sapevo avrei provato lì, ancora prima di partire, e quando arrivai nella piazzetta e incontrai i ragazzi, che mi distolsero dalla meditazione e tagliarono il filo del mio discorso interiore, persi l’anello che dev’essere ancora sul sagrato, fra quelle mattonelle azzurre, e mi venne un senso di smarrimento.

E ti giuro che se non li avessi incontrati avrei affittato una camera dentro la Medina e mi sarei messo sul letto a meditare e ti avrei sentita come quando si deglutisce o si prega come compagna di viaggio lontanissima con gli occhi verdi, neri, sbiaditi, ora non mi ricordo, unghie smaltate e anelli chiarissimi al dito, e in quella stanza sarebbe sembrato tutto attutito. E avrei girato la testa verso la finestra e mi sarei goduto il silenzio incredibile della Medina e tutti quei particolari come l’uva gialla sulle travi e le decorazioni in legno di cedro sulle porte che contribuiscono a rendere Chefchaeun una visione.

Ma tornando in Spagna, a Malaga, e al velo nero del vestito, c’è da dire che quella più che una preghiera fu una premonizione perché poi a Tangeri lo vidi a Julia De Castro, la cantante spagnola più affascinante che abbia mai visto che oltre al velo nei suoi spettacoli a un certo punto si leva anche la camicetta e si mette la mano sul culo, e diventa calda come il fuoco, e si butta all’indietro, mentre canta, come per morire, e sembra che ti dica che, se vuoi veramente capire la sua arte te la devi scopare.

E del resto, sull’essere tanto passionali da sembrare di morire, la Spagna ne ha da dire di cose, e io le voglio imparare, perché poi come dice Julia De Castro nelle sue interviste, il jazz, il teatro, e la passione si assomigliano e fondamentalmente tutto si assomiglia se lo sai vivere come canta lei, che fa’ jazz cuplè sicalìptico, che significa teatro erotico e jazz. Non c’è altro da aggiungere secondo me, quantomeno per quanto riguarda lo spagnolo.