Diario di viaggio

Il cielo di Essaouira

Essaouira è una città di mare sull’Atlantico, lontanissima da tutto, a qualche centinaio di chilometri da Marrakech. Si raggiunge percorrendo una strada nel nulla, dritta come un righello. Orson welles la scelse per girarci l’Otello, soprattutto, penso, per quella scena in cui viene calato Jago in una gabbia contro le scogliere.

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Una città di pescherecci, piena di barche abbandonate e di gabbiani. E con bastioni armati di cannoni immensi, che non sono mai stati usati, perché non l’ha mai attaccata nessuno. Il mare del Marocco fa’ paura, almeno da quella parte, e non è un mare da navigare, decisamente. Piuttosto  è un mare da contemplare.

Essaouira è un quadro, che trabocca di malinconia e  in cui i suoi stessi abitanti si muovono come attori annoiati, che passano il giorno sui bastioni. La sua Medina magnifica, bianca e blu, patrimonio mondiale dell’umanità è un piccolo centro, circondato dalla natura primordiale, e non a misura d’uomo.

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A Essaouira l’uomo barcolla, si aggira  e si lascia sopraffare dalla bellezza. A me è successo, a un certo punto, di abbandonarmi, verso sera, all’inizio del porto, quando i gabbiani diventano migliaia con un rumore che in Europa non si sente, e volano sopra i pescherecci stagliandosi contro il tramonto, ed è un tripudio di confusione e di bellezza. Mi è successo di lasciarmi andare completamente, credo, nel lungomare immenso, esagerato per qualsiasi moltitudine, e mi è capitato di essere felice, completamente, come una foglia che si lascia portare, di fotografare il tramonto e di piangere.

Mi venne in mente Ivano Fossati, che durante un concerto ha raccontato di aver assistito a uno spettacolo di burattini, e descrivendo la gioia che aveva visto nei bambini ha parlato di “gioia intatta”. Ecco.

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